Una difesa di me stesso

Per alcuni – anzi, direi per molti – sembra essere un difetto: forse nel mio caso è addirittura un vizio.

Finisce sempre che la scrittura prenda una sua strada, che nel prodursi del discorso – nell’atto automatico che è diventato il battere sui simboli di una tastiera unito al fluire del pensiero, che si aggancia a questo ritmo fatto di percussioni delle dita – si faccia spazio tra i nodi della trama, distanziandoli sempre di più tra loro, come se anelasse alla cancellazione del disegno.

Non so neanche quanto valga la pena di insistere, che forse si tratta della mia natura che mi spinge a stare sotto la superficie: non tanto per scavare alla ricerca di qualcosa, ma come in agguato, pronto a saltare su un lembo di terra che dia l’impressione di sostenermi – e questa per me è la storia che devo raccontare: un piccolo fatto emerso dallo spingersi e accavallarsi delle frasi; un’increspatura che segni l’interruzione del fare (perché anche con le parole lo stile è un fatto di “manualità”) e che apra la scrittura alla vera e propria dimensione del pensiero. In questa voragine segnata dall’improvviso ammutolimento della macchina che produce il linguaggio (che, semplificando, potrei far corrispondere con me stesso), non scendo a pescare una storia (non ho la pretesa di possedere un amo tanto infallibile): più prosaicamente mi sporgo sul ciglio, dove credo d’intravedere qualcosa che valga la pena di essere raccontato.

Infine, non esiste una vera successione temporale, così come ho voluto esprimerla – in verità accade tutto contemporaneamente: il frastuono e il silenzio. La materia prende forma sotto i miei colpi  – e che vi piaccia o meno, c’è sempre un punto prima del quale io ancora non so di che cosa si tratti.

L’opera nell’immagine è di A.R.Penck, pseudonimo di Ralph Winkler

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2 pensieri su “Una difesa di me stesso”

  1. Sì Sonia: forse tutto ciò corrisponde alla lotta del soggetto con la macchina, che fatica a controllare – ma la macchina è tante cose: è il processo di scrittura in sé, ma è anche la macchina produttrice di testi (e dunque la macchina editoriale: ciò che ci si attende dallo scrittore).

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