Già stanchi e sazi

Non v’è dubbio che la grande forza del web consista nella sua natura reticolare, e di conseguenza nell’aumento esponenziale degli spazi di riflessione (penso soprattutto all’ambito culturale) e dei contenuti da essi prodotti. Eppure, se andiamo a vedere i tanti dibattiti rovinati dalle polemiche di tipo personale, o al contrario gli interventi molto approfonditi che registrano una penuria di commenti, possiamo constatare un semplice fatto: che la cultura partecipativa è faticosa e richiede tempo (alla faccia di chi considera ancora la scrittura su web come una sorta di doppione scadente di quella su carta). Me ne accorgo ogni giorno, scorgendo la gran molte di materiale che vorrei leggere, e che invece sono costretto a selezionare a causa del tempo tiranno. E allora mi sovviene una seconda, banale considerazione: che la cultura partecipativa necessiterebbe anche di una rifondazione del nostro tempo – un tempo liberato dai tanti vincoli materiali che doppiano questa sorta di fantasma virtuale che è il web (un fantasma, aggiungo, che chi gestisce uno spazio costantemente aggiornato di contenuti conosce come particolarmente dispettoso: che sta insomma sempre lì a richiedere la giusta attenzione).

Questo doppio che mi perseguita io lo sento dappertutto: è come una sorta di mondo ideale che sta lì a ricordarmi di quanto potrebbero funzionare meglio le cose se davvero avessimo a cuore il bene comune (o chiamiamolo “pensiero collettivo”); e invece finiamo sempre per riportare tutto alla propria persona, all’ego che continua a sbucare fuori ovunque, preferendo il tempo delle scaramucce a quello della riflessione – ed ecco perché finisco col rifugiarmi così spesso nella scrittura, che mi aiuta in un certo senso a sdoppiarmi, e a vedermi da fuori nel mio essere insieme corpo (ciò che sono) e fantasma (ciò che vorrei essere).

Forse non si può che arrivare alla scrittura già stanchi e sazi, e dunque alla ricerca di altri spazi da riempire – e nel web ritroviamo questa immagine della colonizzazione da parte dell’umano, questo incessante riversarsi in un contenitore potenzialmente illimitato, dove però non resistiamo alla tentazione di dire in continuazione: «Io, Io, Io».

Nell’immagine: Francis Bacon, Central panel of the Triptych of George Dyer (1973)

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3 commenti

  1. Credo che come da copione,la tensione adrenalinica nel percorrere altre strade fa si che consumiamo prima di scegliere,modi e luoghi,come se non fossero tipologicamente apprezzabili i linguaggi,i contesti ed anche le finalità. Facendoci così ritrovare in una perenne rivisitazione,forzando la decostruzione per venirne a galla da un mare incondizionato. Sarà il desiderio ancestrale di ritornare nel brodo primordiale?

  2. Simone,e già,la complessità. Eppure siamo costretti a decodificarla continuamente,lo dico come padre, ruolo di ineludibile responsabilità, in cui si presume di avere le chiavi di accesso per chi è piombato dopo di noi nel video-games. Come Gaber disse, educando rischiamo di formare i futuri depressi, attrezzati di strumenti per lo sdoppiamento. E’ meglio diffidare o vivere nelle beata ignoranza? Io la scelta l’ho fatta,ma non sono sicuro che sia una scelta d’amore. Parliamone,ci fa bene.

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