Con gli occhi sui libri, alzando il sedere dalla sedia

«Nell’antichità era il lettore che cercava il libro, mentre oggi il rapporto si è invertito: il libro cerca il lettore.»

Lo scriveva Luciano Bianciardi nel 1957, il libro è Il lavoro culturale.

Nello stesso testo si parlava già anche del fatto che tutti volessero scrivere, pubblicare il loro libro (ma poi ai dibattiti, ad ascoltare, non ci voleva stare nessuno: come nell’incontro sui pellerossa, quando i due relatori milanesi scappano via perché devono lavorare).

Sono passati più di cinquant’anni e le proporzioni si sono indubbiamente moltiplicate, così che siamo arrivati all’istituzionalizzazione dell’editoria a pagamento e all’esplosione del fenomeno del self publishing.

Forse, mi viene da pensare che il web potrebbe servire a porre un freno a queste cattive pratiche e ad allestire una sorta di diga contro la sovrapproduzione di libri (anche se molti di questi non li vedremo mai, perché in libreria stanno nascosti o non ci arrivano proprio).

La mia modesta proposta sarebbe quella di provare a usare internet come serbatoio da cui attingere, così da responsabilizzare le redazioni dei blog e dei siti (che fungerebbero da prima scrematura per i testi) e diminuire, se non azzerare, l’invio di quella mole di manoscritti che giace per lo più non letta sugli scaffali degli editori. Un’operazione del genere comporterebbe al tempo stesso il riconoscimento di una figura come quella del talent scout, che passerebbe il suo tempo (possibilmente pagato) a navigare sui siti in cerca di scritture che destino la sua attenzione. Si tratterebbe in definitiva d’invertire il percorso, di fare in modo che non sia lo scrittore (questa moltitudine di soggetti che sembrerebbe leggere sempre di meno) a bussare alla porta degli editori, bensì il contrario: non credete, oltretutto, che questo scomodarsi per andare a cercare sortirebbe come effetto quello d’impegnarsi di più nella promozione e nella difesa dei libri pubblicati, che troppo spesso vengono lasciati in balia di se stessi, e maggiormente quando è l’autore a doversi pagare la stampa?

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4 pensieri su “Con gli occhi sui libri, alzando il sedere dalla sedia”

  1. Il discorso credo fili abbastanza, forse un po’ utopico soprattutto nel presupporre questo ruolo attivissimo dei talent scout delle case editrici. In parte, comunque, credo che la cosa già avvenga… Non sono così convinto, invece, che il self-publishing possa annoverarsi tra le cattive pratiche. Credo che alle condizioni in cui viviamo oggi sì, indubbiamente sia una strada che può sembrare “facile” in quanto elimina l’autorità dell’editore che valida o no il testo, ma in un ipotetico futuro fatto di immensi store virtuali abitati da altrettanti prodotti digitali a costo bassissimo possa essere un buon modo per farsi notare. Salvo investire molto in strategie di comunicazione massicce. L’EAP invece, per quanto mi riguarda, è da condannare in toto. Qualcuno potrebbe obiettare: ma il selfpublishing non è un’evoluzione dell’EAP? Alla fine il risultato che si ottiene è lo stesso: nessuno che garantisce per la validità del testo e soldi sborsati dall’autore… mmmm… ci devo pensare. C’è una differenza che però non riesco a spiegare…

  2. La differenza, Flavio, sta nel gestire in proprio il costo dell’operazione, senza dover passare da qualche “editore” che magari ti fa pagare 2000 euro per un prodotto che ne costa meno della metà (perché tanto non viene garantita né la distribuzione, né la promozione).
    Io non sono un pessimista, anzi m’interessa molto il futuro dell’editoria digitale, ma credo che si debba riflettere oggi sulle possibili “buone” pratiche, prima che sia il mercato a decidere di tutto.
    Per fare questo, penso, bisogna trasformarsi prima di tutto, tutti quanti, in lettori: bisogna ragionare dunque sui motivi che spingono così tanta gente a voler pubblicare, a pretendere che qualcuno legga i loro lavori quando sono i primi a non leggere quelli degli altri…

  3. E’ proprio così, oggi tutti scrivono. Non passa giorno che qualcuno non mi dica quanto è indaffarato perché sta pubblicando un libro. “Mi raccomando, vieni poi alla presentazione” rassicuro entusiasta ma non posso fare a meno di chiedermi chi mai leggerà questi libri che il più delle volte restituiscono scampoli di vita vissuta così importanti e unici per il protagonista così banali e convenzionali per noi lettori forzati. Siamo un popolo di scrittori, ma nessuno legge. Personalmente credo che si scriva per comunicare, nella speranza, illusoria, che tutto quel groviglio di emozioni, sentimenti, avvenimenti che è la nostra vita debba lasciare una traccia. Si scrive perchè siamo soli e la nostra vita non interessa a nessuno, nemmeno ai nostri familiari. Oggi c’è la fiction, ci sono i reality un sacco di storie inventate , più o meno verosimili ma finte che interessano molto di più di tante vite vissute, vere, sofferte, drammatiche che purtroppo non interessano più nessuno. Si scrive nella speranza che qualcuno farà tesoro della nostra esperienza di vita ed invece le tante copie che abbiamo fatto stampare rimangono lì nuove nuove dentro gli scatoloni. Qualche amico ne compra una copia ma credimi, anche se ti dice che il libro gli è piaciuto la verità è che non è nemmeno arrivato in fondo. Potrebbe essere il web la soluzione? non è che me ne intenda tanto ma certe volte sono capitata su qualche blog -commenti 0 – che mi hanno intristito. Teoricamente c’è una platea immensa, 7 miliardi di persone; anche a togliere tutti quelli che non hanno un computer o che, nel nostro caso, non capiscono l’italiano rimane una bella platea! E poi non costa nulla. Ma è un po’ come mettere un messaggio in bottiglia e affidarlo alle onde. E’ lì che galleggia nella solitudine immensa dell’oceano; un giorno forse qualcuno aprirà quella bottiglia e potrà leggere quel foglio umido e ingiallito ma il mittente non lo saprà mai. Questo è lo scrittore oggi: un solitario che lancia messaggi che nessuno riceve. tutti siamo così impegnati a vivere, ad arrabbattarci dietro ai tanti riti e mode del momento che non abbiamo mai modo di alzare lo sguardo verso il mare per accogliere quanto di bello può donarci. Auguri

  4. E’ vero Marilene: a volte anch’io ho la sensazione di combattere su un palcoscenico vuoto. Le storie, in fondo, hanno tanti luoghi in cui materializzarsi, non per forza le pagine di un libro. Forse, questa voglia d’interessare gli altri alla nostra vita dipende proprio dalla fretta che ci obbliga a fermarci sempre meno spesso a parlare, a confrontarsi – in fondo pagare per pubblicare un libro da dare a parenti e amici è un po’ questo: pagare il prezzo di una vita troppo piena di cose (e leggere, si sa, esige il suo tempo).

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