E dopo una storia rossa, ce ne vuole una verde.

Tutto è cominciato nel 2007: da un racconto intitolato Un dito di rosso che arrivò finalista al Premio Letterario Castelfiorentino. Ogni volta che lo leggevo in pubblico mi dicevano che era un peccato lasciarlo così, che avrei dovuto riprenderlo, continuarlo: e così, ormai un anno e mezzo fa, mi decisi a farlo. Da allora mi sono consumato le dita su questa storia, e l’ho fatta leggere ad altri che leggono o che scrivono, e ci sono tornato più volte sopra perché è una storia che mi riguarda molto da vicino, e la vita c’ha messo alla fine lo zampino per scombinare i piani della fantasia. Alla fine ci sono arrivato esausto, ma ci sono arrivato: ed è una storia rossa, come la volevo.

Adesso sta lì, e se nessuno se ne accorgerà, starà lì lo stesso. Le storie si raccontano per tanti motivi: il mio è l’urgenza di raccontarla. Certo, data la mia ossessione per la lingua e per la costruzione del discorso, quell’urgenza finisce ingabbiata in un tempo che oggi non riconosciamo più: quello dell’attesa – che poi era il titolo di uno dei primi racconti che scrissi ormai tanti anni fa (uno dei tanti che mi sono vergognato a far leggere, e che mi sono tenuto per me).

E così, dopo questa storia rossa, che riguarda il mio sangue e non solo, sento che è arrivato il tempo di una storia verde: chissà, forse mi cambierò anche il nome, ma per certo vorrò parlare al futuro.

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