Il crepuscolo dell’occidente

Con Ferreri il grottesco perde definitivamente le proprie capacità rigenerative – in questo senso è capitale l’esempio de La grande abbuffata (1973), in cui il banchetto tramuta il festino in una macabra processione funebre – per chiudersi su una “comicità nera”, in cui la “commedia quotidiana dell’adattamento” dimostra tutta l’incapacità di vivere e la tendenza autolesionista di un soggetto catapultato in una “società dei rifiuti”, dove per sopravvivere si deve imparare a non affogare nell’abbondanza. È proprio grazie a questo scollamento continuo tra la prestanza fisica dell’attore e la sua fragilità psicologica che Ferreri riesce a caricare il reale ingrandendone un particolare – tic o mania – ma distruggendo al tempo stesso gli effetti comici in un finale mai liberatorio né consolatorio. Il mito del desiderio come liberazione resta perciò schiacciato sotto le macerie di una società che paralizza il soggetto – non importa se tentato da un’adesione eccessiva o da un distacco eroicomico – e lo condanna al “destino dello scacco”.

Tratto dal libro La tradizione grottesca nel cinema italiano.

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