Crescere d’un solo fiato

Segue un altro breve estratto del mio testo ancora inedito. La noia è un brutto nemico, e le storie si annoiano a rimanere chiuse a lungo: anzi, finisce pure che muoiono d’inedia a non raccontarle.

 

L’indomani già stavo sull’attenti, pronto a ricevere le mie consegne davanti a una signora minuta, con gli occhiali tondi, che si sforzava d’esser gentile; che ci scompariva, per quant’era piccola, dietro la scrivania. Gesticolava parecchio, scansava l’aria con le mani, ma non l’ingombro di carte dietro cui s’affannava; e annaspava, col fiato corto, per via di tutte quelle bracciate nel mare d’incartamenti.

«Lei ha richiesto l’alloggio,» mi ricordò, «ma qui non ve ne sono più».

Vediamo un po’ se adesso mi toccherà pure di pagare per dormire, pensai tra me e me.

«Però ci sarebbe una possibilità,» continuò quella, che per fare scena s’aggiustò le lenti sul naso.

L’avevano pensata proprio bella, in tutto quel tempo. Già me l’immaginavo, dov’è che sarebbe andata a parare.

«Si tratterebbe d’andare al San Niccolò».

Eccoci, pensai: ci mancava giusto il manicomio.

«Queste, purtroppo, son le condizioni,» concluse; e incrociò le mani per mandarmi in pace.

Le spalle le si fecero strette strette, aggravate dal peso del non detto: che m’attendeva una guerra lunga un anno, uno scherzo mica da poco.

Mossi appena il capo, ma in cuor mio maledissi le raccomandazioni degli altri, di chi m’aveva detto che vedrai che noia, a far fotocopie dalla mattina alla sera.

Ecco come diventai d’improvviso uomo; con la paura che mi ghiacciò l’ossa, altro che il militare. Altro che flessioni nel cuore della notte, o le gelate in punta di naso a far la guardia; altro che marce, che mattinate passate a lucidare il corredo da parata.

Mi mandavano a fare il morto, a cancellare un anno di vita per un materasso sfondato; a fare come quegli insetti che si fingono paralizzati.

 

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