La scrittura chiama alle armi

Riporto un breve assaggio di un testo (forse la definizione più idonea, seguendo il consiglio dell’amico Pier Paolo Di Mino, è novella), su cui ho lavorato in questo ultimo anno.  Si tratta più precisamente  del dialogo drammatico tra una generazione che ha combattuto per la libertà e la giustizia, quella dei nostri nonni, e la nostra, inerme; in pratica una chiamata alle armi, attraverso il mezzo che più mi appartiene: la scrittura.

Se il futuro vorrà trasformare tutto questo in un libro, solo il futuro lo sa.

Da quando gliel’hanno tagliata, quella parte di gamba, a mio nonno sembra che scappino i ricordi, che scivolino dal moncherino sotto al ginocchio. Eppure, sente lo stesso il dolore della memoria; anche se a guardarci non c’è più niente, anche se hanno asportato via tutto. Stavano lì i suoi anni, il tempo passato a zoppicare, a trascinarsi dietro il piede; stavano su quella sedia che ora ci appoggia soltanto la coscia smagrita.

Cominciarono con la chirurgia, per cancellare lo scandalo della ferita aperta che lasciava la carne viva in vista, per chiudere la bocca aperta dietro alla caviglia: la bocca che urlava il suo dolore. Mio nonno, me lo ricordo com’è che faceva, quando si metteva vicino al fuoco, girato di schiena come per una vergogna: perché era brutta da vedersi, la sua storia. C’era poco da nascondere, da girarci e rigirarci con la benda: il dolore restava lo stesso, e poi c’era sempre l’incubo del giorno dopo, la paura di vederla ancora, la ferita. Con la plastica ci nascosero tutto, anche l’infezione: anche l’ulcera che gli covava dentro, la bocca che ruminava in silenzio, il ricordo degli orrori patiti in guerra e sul lavoro. Il giorno che l’hanno riaperto, che c’hanno guardato dentro, c’era rimasto ben poco da salvare: o tagliare o finire al camposanto.

«Taglia,» ha detto lui, «tanto ormai pare si debba tagliare tutto».

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