Una recensione critica

Riporto la recensione di Simone Arseni di FuoriLeMura, una lettura senz’altro critica e ricca di spunti di riflessione:

L’ora migliore di Simone Ghelli, è una raccolta di undici racconti pubblicata dalla casa editrice Il Foglio.

I racconti sono brevi e narrano storie a metà fra l’onirico e il realistico, lasciando spazio all’introspezione psicologica. Da L’argine delle abitudini a La sentinella di ferro, da L’amore a mille lire a Qualcosa di stupido, l’autore narra piccoli scorci di realtà quotidiane e analizza alcuni dei timori che lo accompagnano. La solitudine e il desiderio di canalizzarla, l’essere immerso nei misteri e nelle grazie di una città caotica come Roma, lo slancio di comprensione e compassione verso i più deboli (vecchi, immigrati, donne) sono alcuni dei temi che attraversano i racconti.

Il rischio di una scrittura concepita come sfogo o come bisogno è che approdi a storie prive di trama. Ghelli dimostra di sapere che questo è un limite dei suoi racconti: nella prefazione al libro afferma che “i racconti abbracciano un arco temporale lungo sei anni, durante i quali l’acqua ha continuato ad accompagnarmi nel mio modo di procedere, di farmi trasportare dalla scrittura, anziché anteporle una trama”, e azzarda una spiegazione: “forse perché la mia vita, sin dall’inizio, è stata messa in mano d’altri”. A volte, tuttavia, farsi portare da una scrittura priva di trama, può essere altrettanto pericoloso che affidarsi a un’automobile senza freni.

Per questo è necessario accompagnare la scrittura, nel caso non si riesca a dominarla. Fare ordine tra i concetti e nelle analisi, definire e caratterizzare i personaggi, elaborare e chiarire i pensieri è un lavoro necessario per chiunque decida di rivolgersi a un pubblico di lettori. Forse, la brevità dei racconti e l’impulso a scrivere in maniera poco strutturata, impedisce di approfondire i contenuti e di gettare luce sul quadro complessivo della raccolta.
Alcuni racconti appaiono influenzati dalla letteratura beat e da alcune immagini dei grandi registi americani. Tuttavia, è molto difficile affidarsi a questi modelli senza rimestare nella vaghezza di immagini scarne, per quanto suggestive, e di pensieri tanto personali da non poter essere condivisi con il lettore.

Ghelli prova a fornire immagini e spunti poetici cui, alle volte, accosta un linguaggio più ruvido e descrizioni succinte. E’ il caso del racconto che dà il nome alla raccolta, L’ora migliore: “arriverò a quella fottuta penna, uno di questi giorni, c’è da esserne certi”. Oppure nel racconto L’argine delle abitudini, nel quale il protagonista, passando davanti ad alcune prostitute, si chiede “quali tipi di clienti potessero adescare in una zona del genere” e si dichiara compassionevole nei confronti di “quelle donne, costrette con ogni probabilità a stendersi su una coperta logora per farsi penetrare da un cinquantenne sovrappeso e ansimante, disposto persino a mettere da parte i suoi pregiudizi razziali per i pochi minuti necessari alla eiaculazione”.

Eppure, per quanto impulso e necessità vi sia nei racconti di Ghelli, egli non scrive di getto. Lo precisa quando afferma che, sebbene “il mio destino sia quello di immergermi sotto la superficie”, ciò non significa che “mi piaccia scrivere in apnea, di getto; è vero piuttosto il contrario: il fatto di aver sfiorato la morte, mi ha distolto sin da subito dalla cattiva abitudine di confondere la scrittura con la vita”.
L’autore prova a descrivere la vita, quella reale e quella racchiusa nei flussi del pensiero, che poi sono un cosa sola. Spesso, però, si attarda in periodi contorti, come nel brano del racconto che apre la raccolta: “i tasti che imprimono d’inchiostro i loro sporchi simboli. Autostrade lastricate di parole, dove i pensieri sfrecciano senza rispettare i limiti di velocità”. E ancora, nel testo che segue: “Questra strana malattia di dover descrivere le proprie fantasie! Bisognerebbe inventare un macchinario collegato al nostro cervello per visualizzare le storie che vi passano attraverso. Perché in fondo noi scrittori non facciamo altro che annusare l’aria e captare queste strane sostanze che essa di porta dietro”.

Lo scrittore deve avere ben più che il semplice fiuto per l’aria che lo circonda. Quello dello scrittore è un mestiere, al pari del medico e dell’uomo politico. In quanto tale richiede non solo vocazione e dedizione; scrivere non dovrebbe essere un mero esercizio allo specchio: L’ora migliore soffre forse di eccessiva intimità tra i testi e l’autore/narratore che non sempre riesce ad universalizzare le sensazioni attraverso pur ragionate scelte stilistiche e retoriche.

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