Il divo

In occasione del primo passaggio televisivo del film di Paolo Sorrentino, previsto questa sera su La7, riporto qui un breve passaggio dal mio libro sul grottesco, dove cerco di focalizzare l’attenzione sull’attualità di un film che non ci parla soltanto di Giulio Andreotti, ma anche dei vizi della Seconda Repubblica.


Per certe trovate stilitiche, definibili come manieriste, il film di Sorrentino potrebbe rischiare di passare per una forma di celebrazione del protagonista, che non a caso è un divo – ma anche qui c’è un bel paradosso grottesco, frutto di un’inconciliabilità di fondo tra lo stile di regia e la figura impeccabile di un vecchietto quasi amabile per i suoi piccoli difetti (a volte persino ridicolo per la sua incapacità di uccidere con le proprie mani, come nella scena della caccia in cui gli si apre il fucile e ha un sussulto quando sente uno sparo) – ma questo non intacca assolutamente la politicità del film: al contrario di Todo modo, qua non vi è più la necessità di smascherare il potere, ma semmai quella di mettere il popolo italiano davanti allo specchio.

L’incipit del film, dove Andreotti dice di esser sopravvissuto a tutti, e in cui il suo volto è associato dal montaggio alla serie di delitti eccellenti dei quali ripeschiamo indizi anche dal nostro immaginario, è una chiara accusa preventiva nei confronti di noi tutti, che abbiamo sempre saputo e siamo stati conniventi, come si evince dalla scritta a spray sul muro che il politico costeggia assieme alla sua scorta per recarsi in chiesa a confessarsi col prete. Un popolo, quello italiano, che è da anni in balia di una perdita della memoria alla quale si associa una sorta di regressione infantile: se la memoria è prigioniera del grande archivio di cui parla Andreotti (e nel quale, come s’intuisce dal finale, finiscono archiviate tutte le accuse nei suoi confronti), non resta allora che la regressione infantile, la riduzione del linguaggio a puro divertissement – come fa lo stesso divo durante la telefonata alla moglie dal Cremlino, quando si diverte a farle pronunciare delle parole che la costringono a scoprire i suoi difetti di pronuncia (d’altronde, nel finale del film si scoprirà che la donna non è meno feroce con il linguaggio scritto, visto che ha passato la sua vita a stracciare le lettere arrivate dalle spasimanti di Andreotti).

In questo senso il film di Sorrentino non ci parla solo della spettacolare vita del divo o degli anni del crollo della Democrazia Cristiana, ma anche e soprattutto della politica all’epoca della Seconda Repubblica1, dove tutto è riso e sberleffo, dove ci si può permettere di dire qualsiasi cosa e il suo contrario per poi fare la smentita dopo poche ore; dove il privato invade il pubblico con i suoi gesti incontrollati, come dimostrato dalla scivolata di Cirino Pomicino nelle stanze del quirinale, il cui urlo è lo stesso di un potere che non teme più nessuna etichetta, che invade i salotti televisivi al fine di ridurre a opinione qualsiasi argomentazione.

Il divo è insomma il ritratto di una politica che già si avviava a divenire spettacolo, intrattenimento (un teatro in cui i protagonisti entrano in pompa magna e dal quale escono scortati dai carabinieri), e che ormai esibisce il proprio corpo posticcio e la propria maschera in modo così sfacciato da rendere impossibile qualsiasi caricatura.


1 Si veda in proposito Roy Menarini, «Generi nascosti ed espliciti nel recente cinema italiano», in Lo spazio del reale nel cinema italiano contemporaneo, op. cit., p. 47: (…) il lavoro di Sorrentino non può essere tacciato di debolezza politica o di timidezza accusatoria, perché a essere messo sotto accusa (…) è l’intero modo di guardare la politica italiana repubblicana.

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2 commenti

  1. Un film stupendo. Un testo, il tuo, di grande tradizione e approfondimento. Lo studio della lingua e della bibliografia direi che meriterebbero maggiori consensi.

    Bachtin mostrava che al tempo di Rabelais il corpo grottesco era una celebrazione della vita nel suo ciclo nascita/morte.

    Il corpo grottesco è infatti una figura comica profondamente ambivalente: ha sia un significato “pro-positivo”, collegato essenzialmente alla nascita e al rinnovamento, ed un significato di “negazione”, collegato al decadimento e alla morte che lasciano spazio al nuovo che nasce.

    Tu pensi che ancora stiamo nel bel mezzo di una politica grottesca? Io penso che siamo ai limiti delle galassie dell’assurdo.

  2. Sì, anche secondo me siamo ben oltre il grottesco (e dunque ben al di là della politica)… grazie per le belle parole.

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