L’amore a mille lire

2014-06-03 20.03.18Questo racconto è compreso nella breve raccolta Istantanee, che potete scaricare qui.

La furtiva Rossana scivolava addosso alle mura del Kraepelin come un’ombra, nonostante la gran mole e il passo claudicante. Aveva il dono di materializzarsi d’improvviso, a pochi centimetri dal tuo naso, con il rossetto sbafato sul labbro superiore e l’occhio destro che guardava con un angolo d’inclinazione impossibile. Sull’abbondante petto, lasciato scoperto, sfoggiava l’ultima collanina di plastica colorata comprata al mercatino in Fortezza. Appena apriva bocca si sentiva l’odore forte della lussuria, anche se mascherato dall’ultimo cappuccino che s’era procurata con il guadagno dei suoi servigi. Si piantava sulle cosce straripanti e oscillava la testa nell’atto di sputare quella sua richiesta biascicata che aveva tenuto in serbo sulla linea delle labbra: hai mille lire? Con un rapido movimento tendeva il braccio per addormentare la resistenza dell’ennesimo arrendevole maschio. La prima volta bastò un secco no perché lei mollasse la presa e mi lasciasse uscire tra le urla disperate del refettorio. Le altre volte fu invece più dura, e dovetti far ricorso alle mie arti oratorie per allontanare dalla mia pelle le sue dita gialle di nicotina. Quella era la sua medicina preferita, il veleno amaro con cui addolciva il liquido insapore dei tranquillanti. Con ardore succhiava le cicche fino al filtro. Se la cercavi, potevi esser certo di trovarla dietro ai mucchietti di mozziconi tinteggiati di rosso. Lei era la sola, là dentro, a fregarsene completamente degli ordini del personale. Quando la riprendevano assentiva con muta ostinazione, ma subito tornava a varcare i cancelli del manicomio per disperdere il suo profumo tra le tortuose strettoie della città medievale. Era il gusto del proibito a tenerla in vita. Certo, amava le comodità, ma chi non le apprezzava tra quelle mura? L’unico modo per far stare insieme tutti quei matti era d’altronde quello di portarli in gita da qualche parte, col rischio di tornarsene poi indietro con uno di meno. Durante quei lunghi tragitti la Rossana se ne stava in silenzio in fondo al furgone scassato, mentre il resto della banda lanciava guaiti all’asfalto. Io stringevo forte il volante e guardavo avanti, ma non potevo ignorare le stridule litanie che sibilavano alle mie spalle, né le mani che si allungavano per strapparmi al mio comando. La lotta per la sopravvivenza ingaggiata su quelle quattro ruote sembrava non interessarla, mentre con la propria mole schiacciava le molle del sedile dalla pelle strappata. Dava l’idea di essere sempre da qualche altra parte, forse per via di quell’occhio che non forniva punti di riferimento, ma l’impressione era che stesse continuando in qualche modo il lavoro iniziato con l’ultimo uomo. Di alcuni se ne innamorava, anche se sapeva di non essere una di quelle da prendere in moglie, ma le piaceva lo stesso di mettere in giro certe voci. E di certo quel Mario con il vespino truccato non era affatto una voce, ma una presenza in carne ed ossa che l’attendeva ogni giorno nello stesso posto, anche se di tanto in tanto spariva per una settimana senza che nessuno sapesse dov’era finito. Spesso tornava con un occhio pesto e qualche sgraffio, rimediati dopo l’ennesima sbronza in cui aveva dato fondo in un sol colpo a tutta la mensilità della pensione d’invalidità. Anche se ogni volta piangeva e si riprometteva di non dargli più conforto, lei sempre l’accoglieva a braccia aperte per il vizio di affogare quel dolore di bambino tra le pieghe della propria carne. Allo stesso tempo lui poteva così perdonarle quel suo modo poco ortodosso di pagarsi gli extra, perché la Rossana l’amore lo prendeva volentieri per bocca, ma lo rendeva poi senza condizioni. Non so dove sia finita dopo che hanno chiuso anche l’ultimo reparto di quell’antico complesso manicomiale. Forse avrà finalmente una cameretta tutta sua in casa famiglia, ma fuori dalle mura c’è da credere che non troverà più la sua affezionata clientela. Magari ammazza il tempo contando le auto che sfrecciano sulla Cassia, oltre le crete che arrostiscono sotto il sole estivo, con la cicca incastrata tra le dita come una corda alla quale restare appesi. Quanto a me, quella strada l’ho già percorsa anni fa per arrivare fino alla Città Eterna, dove l’asfalto rovente liquefà i passi del viandante. Ho voluto riporre il mio io, e me ne sono disfatto come di un abito che non si vuol più vedere, ma a te Rossana un’identità l’hanno sempre negata. Ti è costato troppo caro l’ingoiare il frutto proibito, l’umano istinto di chi cerca un varco nel giardino dell’Eden. Oggi che le mille lire non valgon più niente, è forse meglio fare come te che non le lasciavi certo a riposare nella mano. Nel formicaio in cui mi sono perso non c’è spazio per le cicale, ma tu canta Rossana, che di cantare non può proibirtelo più nessuno.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...