Microcefalo

Quello che segue è un mio vecchio racconto sulla malattia mentale, pubblicato nel 2005 sulla rivista “Rizoma”. Visto che è un tema a cui mi sto riavvicinando grazie alla scrittura, lo riesumo qui, con tutti i suoi pregi e difetti.

Questo racconto è fa parte del primo e unico libretto delle “edizioni precarie”, che potete scaricare gratuitamente qui.

L’uomo dalla piccola testa di notte cavalca su grandi sogni.
Se li appunta sulla pelle, ma ormai non ne parla neanche più, perché altri hanno già pensato a dargli un nome e a preparargli un destino.
Lo chiamano matto, e per lui sono da tempo pronti quattro metri per quattro bianchi e luminosi. Dicono che così i sogni rimbalzeranno sulle pareti e ritorneranno indietro, sepolti giù nell’inconscio dove è bene che facciano i bravi. Ma lui ha capito a che gioco stanno giocando, e ricorda.
Ricorda che il suo corpo sarà un monumento al passato, ed ogni organo un pezzo per chi vorrà ricostruire il mausoleo dell’intolleranza.
Scaveranno tra le piaghe purulenti gli archeologi che verranno e la peste mangerà loro gli occhi se, disgustati, li richiuderanno. Dovranno andare a fondo, scioglier l’apparenza, così come la mummia che delle bende è senza.
E se la coscienza davvero è luce, quello sarà allora il giorno in cui si accecherà del proprio riflesso bruciandovi il giudizio, fuoco impuro che da secoli danza intorno ai roghi del fanatismo.
Oggi ha vinto ancora una volta la voce del padrone, innalzata da cori celestiali che la ripetono all’unisono, anche se nella piccola testa non c’è spazio per allestire il banchetto dell’ultima cena.
Ma Giuda sogna un destino diverso, e se ha tradito lo ha fatto soltanto perché non crede più ai grandi affreschi, alle opere monumentali costruite sulle ossa spezzate degli schiavi.
Nella notte che porta con sé il silenzio assordante della paura, lo hanno portato in processione verso un incubo che non gli appartiene, nudo tra fantasmi indomiti legati in croce ai letti.
Pidocchiosi scrivani lo hanno seguito passo passo lungo la linea del supplizio intingendogli nel sangue la penna nemica del vizio. La useranno per copiare i minuziosi diagrammi in cui crepar di stenti il sogno, forma vuota impigliata ai rami secchi delle mani che a riempir penserà il domani.

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6 commenti

  1. Bellissimo, Simone, commovente, stupendo.
    La cosa più bella che ti ho letto. Labile è il confine fra prosa e poesia.
    Grazie

  2. Ti consiglio di perseverare. Questa è esattamente la strada dell’infausto dolore dei “tempi moderni”.
    Non penso sia un cammino così semplice, ma sono certa del risultato se posto nella tua mente e tra le tue pagine.

  3. Mi sembra un uomo spogliato dalla sua stessa malattia, inerme, condannato ad essere forma vuota come “i sogni rimasti impigliati tra i rami secchi delle sue mani…”
    Si, muove qualcosa dentro, nel profondo, questo tuo racconto, Simone, come se fosse il grido di un’umanita’ derubata, svuotata nel proprio vissuto piu intimo…

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